Investire in cultura conviene: ogni euro raddoppia

Ogni euro prodotto da un museo o da un sito archeologico si traduce in altri due euro di ricchezza per il territorio. L’artigianato artistico insieme alle altre industrie creative ne generano ulteriori 2,1. La produzione di un audiovisivo, di un libro o di una rappresentazione teatrale altri 1,2. Quindi, investire in “cultura” conviene. E’ quanto mostrano le elaborazioni contenute in “Io sono cultura – l’Italia della qualità e della bellezza sfida la crisi”, il Rapporto realizzato da Fondazione Symbola e Unioncamere, con la collaborazione e il sostegno dell’Assessorato alla cultura della Regione Marche, presentato oggi a Macerata.
L’analisi evidenzia che i 4 comparti che compongono il sistema produttivo culturale hanno differenti ricadute in termini economici sui territori. Queste ricadute moltiplicano la capacità di generare ricchezza del settore in sé in quanto attivano un circuito “virtuoso” di produzione di beni e servizi anche in comparti non prettamente culturali. Primo tra tutti il turismo, ma anche il commercio, i trasporti, le attività immobiliari, il marketing o la pubblicità. La media dei 4 settori è 1,7 (per ogni euro di valore aggiunto che l’intero sistema produttivo culturale realizza, se ne generano altri 1,7 in prodotti e servizi di varia natura), ma il “moltiplicatore” è compreso tra un massimo del 2,1 generato dalle industrie creative a un minimo dell’1,2 derivante dalle performing art e dalle industrie culturali. Esattamente a 2, invece, ammonta quello prodotto dalla gestione del nostro immenso patrimonio storico-culturale. In termini monetari, gli 80,8 miliardi di euro di valore aggiunto realizzati da tutti i comparti produttivi che si occupano di “cultura” (inclusa la componente pubblica e quella non profit) nel 2012, sono riusciti ad attivare quasi 133,4 miliardi di euro, arrivando così a costituire una filiera culturale intesa in senso lato di 214,2 miliardi di euro, equivalenti al 15,3% del Pil prodotto dall’intera economia italiana.
“Nel mondo c’è una domanda di qualità che l’Italia sa intercettare – commenta Fabio Renzi, Segretario generale di Symbola – Fondazione per le qualità italiane –. Non a caso quando l’Italia fa l’Italia e scommette su innovazione, ricerca e green economy e le incrocia con  bellezza, qualità, legame con i territori, con la forza del made in Italy, è un Paese forte capace di competere sui mercati internazionali. Proprio l’intreccio tra cultura e bellezza è una delle radici più profonde e feconde della nostra identità e della competitività della nostra economia. Il rapporto presentato oggi sta qui a dimostrarlo: l’industria culturale rappresenta, già oggi, parte significativa della produzione di ricchezza e dell’occupazione in Italia. Per affrontare la crisi e guardare al futuro l’Italia deve fare l’Italia. La cultura è l’infrastruttura immateriale fondamentale di questa sfida. In questo quadro – conclude Fabio Renzi – le Marche si confermano un laboratorio di quella manifattura culturale che ha saputo innovare settori produttivi tradizionali puntando sulla creatività, sulla sostenibilità e sulla qualità. La sfida, però, è anche quella di rendere più accessibile e fruibile lo straordinario patrimonio storico, artistico, ambientale e naturalistico della Regione utilizzando codici e linguaggi contemporanei propri delle industrie creative e culturali”
“Con questo rapporto, abbiamo voluto mettere sotto i riflettori ciò che di nuovo e di positivo si sta muovendo, pur nella crisi: le tante imprese che rinnovano il nostro made in Italy attraverso una sintesi unica fra cultura, creatività e tecnologia dove, non a caso, sono spesso protagonisti i giovani e le donne, anche nel Mezzogiorno” – sottolinea Claudio Gagliardi, segretario generale di Unioncamere. “Il sistema produttivo culturale rappresenta la vera ‘filiera territoriale’: quella che produce all’interno del territorio nazionale e moltiplica benessere per i territori, secondo una logica di rete che coinvolge tanti piccoli e medi imprenditori, anche del mondo del non-profit. La sua capacità anticiclica deve far capire dove occorre oggi concentrare gli sforzi di politica economica e dove – a livello nazionale e locale – è necessario incentivare investimenti che ottengano effetti moltiplicativi certi sull’occupazione, sui consumi, sul turismo e a vantaggio delle esportazioni di beni e servizi“.
“La collaborazione della Regione Marche con Symbola e Unioncamere alla realizzazione di questo rapporto – commenta l’Assessore alla Cultura della Regione Marche Pietro Marcolini – fa parte di una strategia di sviluppo a base culturale. Il Rapporto è uno strumento conoscitivo estremamente utile per capire le innovazioni e le tendenze della nostra economia e come si posizionano le Marche rispetto ai trend emergenti. Anche quest’anno la nostra si conferma una delle regioni con la migliore performance culturale: dalle industrie di questo comparto arriva, infatti, oltre il 6% del valore aggiunto della nostra economia, incidenza per la quale siamo secondi soltanto al Lazio. Si tratta di un dato che corrobora l’investimento dell’istituzione regionale che punta a fare della cultura un vettore trasversale alle diverse politiche settoriali. Emblematico in questo senso è il progetto del Distretto culturale evoluto delle Marche, il cui primo avviso pubblico, chiusosi recentemente (21 giugno), ha registrato la presentazione di ben 20 progetti d’interesse regionale”.
“L’integrazione di turismo e cultura può significare la condensazione delle tante risorse – materiali e immateriali – a nostra disposizione in un disegno di sviluppo qualitativamente virtuoso, organico e sostenibile”, ha detto Simonetta Giordani, Sottosegretario Ministero Beni e Attività culturali, intervenendo al convegno. “Si tratta di una strategia che è anche quella del governo che, come ha spiegato il Presidente del Consiglio in occasione del suo insediamento, intende rilanciare la capacità competitiva italiana sfruttando appieno la cultura nelle sue innumerevoli manifestazioni e declinazioni. Le molte risorse che il Paese può vantare (artistiche, enogastronomiche, manifatturiere) offrono al turismo nuove, significative opportunità di affermazione. Come si ricorda spesso, ‘l’Italia deve fare l’Italia’: è attraverso una più marcata caratterizzazione del proprio profilo e delle proprie ricchezze che il Paese può esercitare un ruolo davvero competitivo sul mercato internazionale”.

Cosa si intende per cultura?

Il cuore della ricerca sta nel non limitare il campo d’osservazione ai settori tradizionali della cultura e dei beni storico-artistici, ma nell’andare a guardare quanto contano cultura e creatività nel complesso delle attività economiche italiane. Attraverso la classificazione in 4 macro settori: industrie culturali propriamente dette (film, video, mass-media, videogiochi e software, musica, libri e stampa), industrie creative (architettura, comunicazione e branding, artigianato, design e produzione di stile), patrimonio storico-artistico architettonico (musei, biblioteche, archivi, siti archeologici e monumenti storici), e performing art e arti visive (rappresentazioni artistiche, divertimento, convegni e fiere). Al corpo centrale della ricerca è stata inoltre affiancata anche un’indagine su tutta la filiera delle industrie culturali italiane, ovvero quei settori che non svolgono di per sé attività culturali, ma che sono altresì attivati dalla cultura. Una filiera articolata e diversificata, della quale fanno parte: attività formative, produzioni agricole tipiche, attività del commercio al dettaglio collegate alle produzioni dell’industria culturale, turismo, trasporti, attività edilizie, attività quali la ricerca e lo sviluppo sperimentale nel campo delle scienze sociali e umanistiche.

Il moltiplicatore della cultura

L’effetto moltiplicatore calcolato da Unioncamere e Symbola è massimo nel caso delle industrie creative (2,1). Ciò significa che i 35,9 miliardi euro di valore aggiunto prodotti da queste attività hanno attivato ulteriori 76,8 miliardi di euro di ricchezza sul resto dell’economia. La gestione del patrimonio storico-artistico ha un effetto solo lievemente inferiore (2), ma è comunque in grado di “trasformare” i 3,3 miliardi di euro di valore aggiunto prodotti dal settore in ulteriori 6,6 miliardi di euro. La ricaduta economia delle industrie culturali e delle performing art, infine, è pari a 1,2. I 37,3 miliardi generati dalle industrie culturali, così, producono altri 45,2 miliardi di euro mentre i 4,2 miliardi di Pil prodotti dalle performing art generano altri 4,9 miliardi di euro negli altri settori non culturali.
A livello territoriale, l’effetto del moltiplicatore complessivo del settore produttivo culturale è massimo nelle due ripartizioni settentrionali (1,8), pari alla media nazionale nel Centro (1,7), inferiore nel Mezzogiorno (1,2). Il Friuli Venezia-Giulia è la regione che meglio riesce a far “fruttare” il patrimonio culturale di cui dispone: la ricaduta sull’economia locale della produzione di cultura è pari a 2,1. Segue il Veneto (2), quindi pari merito a 1,9 la Toscana, la Lombardia e le Marche. Da segnalare sul fronte opposto i più contenuti effetti del sistema culturale in Sardegna e Calabria (0,9) e nel Molise (1).

Quanto “pesa” la cultura in Italia

Il sistema produttivo culturale nella sola componente privata frutta al Paese il 5,4% della ricchezza prodotta, equivalente a quasi 75,5 miliardi di euro, e dà lavoro a quasi un milione e quattrocentomila persone, ovvero al 5,7% del totale degli occupati del Paese. Estendendo il calcolo dal sistema produttivo culturale privato anche a quello della pubblica amministrazione e del no-profit, il valore aggiunto della cultura arriva a 80,8 miliardi, pari al 5,8% dell’economia nazionale. Nel 2011 la quota era pari a 5,7%.

Geografia della cultura.

L’intreccio tra bellezza, creatività, innovazione, saperi artigiani e manifattura ha fatto di Arezzo la propria capitale. La provincia aretina si conferma al primo posto sia per valore aggiunto, che per occupati legati alle industrie culturali (rispettivamente 8,4% e 9,9% del totale dell’economia). Nella classifica provinciale per incidenza del valore aggiunto del sistema produttivo culturale sul totale dell’economia, seguono Pordenone (8,2%), Pesaro e Urbino (8,1%) e Milano (7,9%). Quindi Vicenza con il 7,8%, Treviso al 7,5%,  Roma a quota 7,4%, Macerata al 7%, Pisa e Verona entrambe al 6,8%. L’incidenza del valore aggiunto della cultura sul totale della ricchezza prodotta è invece minimo a Taranto e Sassari (entrambe 2,7%), Livorno e Caltanissetta (2,8%), La Spezia (2,9%).
Dal punto di vista dell’incidenza dell’occupazione del sistema produttivo culturale sul totale dell’economia, come detto prima, è sempre Arezzo la provincia con le migliori performance. Ma subito dopo si incontrano Pesaro e Urbino (9,6%), Vicenza (9,0%), Pordenone (8,6%), Treviso (8,5%), Macerata e Pisa (7,9%). E poi Milano (7,7%), Firenze (7,5%), e Como (7,4%).
Le ultime posizioni della classifica sono invece occupate da Taranto (3%), Livorno (3,2%), quindi Foggia, Caserta e Caltanissetta (3,3%).