Il lavoro non fa più identità, è crisi per la rappresentanza

Oggi in Italia ci sono complessivamente 8.963.000 persone che si trovano in una fase di transizione da una condizione professionale a un’altra. Si tratta di 1.448.000 italiani che tentano di entrare nel mercato del lavoro, cercando attivamente un lavoro per la prima volta nella vita (815.000) o dopo un lungo periodo di inattività (633.000). 6.379.000 persone vivono una situazione di transizione interna al mercato del lavoro: sono 1.664.000 ex occupati che hanno perso un lavoro e ne stanno cercando un altro, 3.383.000 lavoratori impiegati in modo instabile o precario, 1 milione di occupati che stanno cercando di cambiare lavoro, 443.000 assenti dal lavoro per motivi personali o di salute, 368.000 lavoratori che si trovano in una fase di passaggio particolarmente rischiosa, perché cassintegrati o sottoccupati a causa della crisi. Infine, ci sono 1.381.000 lavoratori over 60 anni colpiti dalle recenti riforme che hanno fatto slittare in avanti i tempi di maturazione dei requisiti previdenziali, allungando la fase di uscita dal lavoro. Considerando l’insieme delle posizioni mobili, sono 66,6 ogni 100 posizioni lavorative fisse: un dato eclatante, se si considera che nel 2008 queste ammontavano a 47,6 e che nell’ultimo quinquennio l’universo complessivo dei lavoratori in transizione ha registrato un incremento del 18,8%.

Lo svuotamento della dimensione identitaria legata al lavoro e alle ideologie

All’origine della crisi di identità e appartenenze dei nostri giorni c’è lo sgretolamento di quelli che in passato erano stati i fattori aggreganti: lavoro e ideologie, che oggi appaiono sempre meno capaci di fare tessuto. Una indagine del Censis dimostra che solo il 15,2% degli italiani condivide ancora una qualche forma di appartenenza di classe, dichiarando che le persone a cui si sentono più vicini sono quelle che svolgono lo stesso lavoro (7,9%) o che hanno lo stesso reddito (7,3%). Ancora più debole è la forza delle ideologie: solo il 5,2% degli italiani si sente vicino a persone che hanno le stesse idee politiche (2,8%) o la stessa fede religiosa (2,4%). I fattori che invece innescano meccanismi di appartenenza oggi riguardano la dimensione individuale delle persone: al primo posto (26,6%) c’è la condivisione dello stesso stile di vita. Interessi culturali, vacanze, sport riescono a sviluppare maggiore senso di appartenenza.

La crescita tra i giovani del «lavoro ibrido» senza rappresentanza

In una terra di mezzo tra il lavoro dipendente tradizionale e quello autonomo di tipo imprenditoriale e professionale, si è sviluppata un’area del «lavoro ibrido» che ha impattato negativamente sul sistema tradizionale della rappresentanza, articolato in associazioni datoriali, da una parte, e sindacali, dall’altra. Quest’area conta 3,4 milioni di occupati (il 15,1% del totale) tra lavoratori temporanei, intermittenti, collaboratori, partite Iva, prestatori d’opera occasionale. Soprattutto per i giovani è sempre più ardua l’autocollocazione rispetto alle categorie del passato. Tra gli occupati di 15-24 anni la quota di «ibridi» è maggioritaria, pari al 50,7%. Tra loro è forte la paura di perdere l’impiego: circa 1 milione di giovani con meno di 35 anni (il 18,8%) teme di perdere il posto di lavoro nei prossimi mesi e solo l’11,1% ritiene che poi sarà relativamente facile ritrovarne uno simile.

Il deterioramento del lavoro

I percorsi di lavoro sono diventati sempre più frammentati. Si moltiplicano i tempi di non lavoro nell’ambito della vita delle persone: il 14% degli occupati si è trovato negli ultimi tre anni a interrompere il proprio percorso professionale, incorrendo in uscite temporanee o ripetute dall’attività lavorativa. Tale rischio è maggiore nelle fasce generazionali più giovani, tra i 16 e i 34 anni, dove il 20,5% degli occupati si è trovato a vivere periodi di non lavoro, e anche nel Mezzogiorno, dove la percentuale arriva al 21,5%. Assistiamo anche a un progressivo sfilacciamento dei legami di appartenenza aziendale: sono 2.229.000 gli occupati dipendenti (il 18,9% del totale) che hanno con le aziende presso cui lavorano un rapporto a termine, e tra i giovani con meno di 35 anni la percentuale arriva al 27,7%. Anche la riduzione dell’impegno lavorativo, e conseguentemente dell’investimento professionale, accomuna sempre più occupati: tra il 2008 e il 2013 il numero dei lavoratori part time è aumentato del 19,9%, arrivando a quota 4.013.000 (il 17,9% del totale). Pesa il deterioramento delle relazioni nei luoghi di lavoro: gli italiani sono il popolo europeo tra cui si registra il più basso livello di collaborazione tra colleghi (il 51% contro una media europea del 73%). E aumenta la disaffezione verso un lavoro divenuto troppo spesso fonte di problemi: il 30% dei lavoratori italiani (contro il 27% della media europea) dichiara di avere accusato nel corso dell’anno stress, depressione e ansia legati alla propria condizione lavorativa.

Il giudizio sui soggetti di rappresentanza

Negli ultimi anni la voglia degli italiani di impegnarsi nella tutela di interessi collettivi è diminuita. Si riduce la quota di cittadini che svolgono attività gratuite per sindacati o strutture di rappresentanza: dall’1,3% del 2003 all’1,1% del 2013 (571mila persone). Le associazioni impegnate nelle grandi battaglie per l’ambiente, la pace, i diritti civili perdono attivisti: dal 2,3% all’1,5% degli italiani (778mila persone). Malgrado la sfiducia generalizzata verso le classi dirigenti del Paese, rappresentanze sociali comprese, la maggioranza degli italiani (il 59,7%) continua però a considerare gli organismi intermedi come un elemento centrale nel funzionamento democratico del sistema: il 42,5% li ritiene importanti in quanto rappresentanti di interessi e valori comuni a gruppi di cittadini e il 17,2% ritiene un valore la loro presenza come collante aggregativo in una società sempre più individualista. Il 40,3% degli italiani invece ha un giudizio negativo: il 12,7% considera il loro ruolo del tutto inutile perché gli interessi devono esprimersi attraverso la politica e le istituzioni, il 16,9% pensa che siano superati perché superate sono le logiche aggregative degli interessi secondo le appartenenze professionali, e il 10,7% punta il dito sull’approccio corporativo dei soggetti di rappresentanza e sulla loro tendenza a chiudersi nella difesa di interessi settoriali.

«Il vuoto della rappresentanza degli interessi» è l’argomento di cui si è parlato al Censis, a partire da un testo elaborato nell’ambito dell’annuale appuntamento di riflessione di giugno «Un mese di sociale», giunto alla XXVI edizione, dedicato quest’anno al tema «I vuoti che crescono».