Cresce la voglia di partecipazione contro la corruzione in sanità

Il 63% degli italiani pensa che negli ultimi quattro anni la corruzione non sia diminuita, e nell’ultimo anno ben 2 milioni e mezzo di italiani ammettono di aver pagato una mazzetta nell’ambito dei servizi pubblici e tra questi 1 milione e 600.000 per un servizio sanitario. A questi dati, tratti dal Global Corruption Barometer 2016 di Transparency International Italia, si aggiungono quelli di una recente indagine del Censis in base alla quale il 28,8% degli italiani pensa che sarebbe necessario avere una comunicazione trasparente dei costi e delle prestazioni del welfare in maniera tale da poter confrontare le spese e limitare gli sprechi. Alla base c’è una mancanza di fiducia nel modo in cui i soggetti erogatori dei servizi gestiscono il denaro pubblico: il 55,9% degli italiani non ha fiducia nella gestione di risorse da parte degli ospedali convenzionati e il 45,4% degli ospedali pubblici.
Di fronte a un problema così rilevante e pervasivo, negli ultimi anni sono cresciute le sollecitazioni internazionali ed è stato messo a punto un sistema nazionale di normative e di controlli, a partire dall’obbligo, per le amministrazioni pubbliche, di adottare il Piano anticorruzione.
La rilevazione sull’avanzamento e la qualità dei Piani anticorruzione in sanità condotta da Riscc nel mese di novembre 2016 su 230 aziende sanitarie e ospedaliere nell’ambito del progetto «Curiamo la corruzione» che Transparency International Italia realizza in partnerariato con Censis, Ispe-Sanità e Riscc, ha fatto emergere un miglioramento della qualità dei Piani rispetto all’analisi effettuata l’anno precedente. Le aziende virtuose, che hanno analizzato i processi di corruzione ed i rischi correlati e individuato le più opportune misure di intervento, sono 113, ovvero il 49% del totale (contro il 26% dello scorso anno); diminuiscono invece le aziende che non rispettano i requisiti richiesti: nel 2015 il 40% dei Piani era stato valutato come insufficiente, quest’anno la percentuale è scesa al 14%. Si tratta di 32 aziende, che non hanno aggiornato il Piano o che l’hanno fatto senza la valutazione dei rischi di corruzione.
Dopo l’introduzione in Italia, con la legge 190 del 2012, della figura del segnalante (o whistleblowing, letteralmente «fischietto di allarme»), crescono anche le segnalazioni da parte del personale interno alle amministrazioni. Benché riconosciuto a livello internazionale come strumento essenziale per la emersione dei fatti illeciti, solo 13 Paesi su 32 in ambito Ocse hanno prodotto una specifica normativa in merito, mentre 14 Paesi, tra cui l’Italia, hanno singole disposizioni normative all’interno di altre leggi, e 5 Paesi non hanno alcuna disposizione.
Da settembre 2014 a maggio 2016 l’Autorità Nazionale Anticorruzione ha raccolto 299 segnalazioni, in maggioranza provenienti dal Sud e da parte di un dipendente pubblico, e classificate prevalentemente come casi di corruzione e cattiva amministrazione, demansionamento e trasferimenti illegittimi e appalti illegittimi.
Transparency International Italia, dal canto suo, attraverso la piattaforma informatica Alac (Allerta Anticorruzione) negli ultimi due anni ha raccolto 298 segnalazioni da vittime o testimoni di episodi di corruzione, provenienti principalmente da Lazio, Campania e Lombardia. Il 18% delle segnalazioni ricevute riguarda la sanità. Nell’ambito del progetto «Curiamo la corruzione», e con riferimento all’anno in corso, sono state raccolte nella piattaforma appositamente predisposta 12 segnalazioni provenienti dalle Asl pilota di Bari, Melegnano e Martesana, Siracusa e Trento.
Anche i cittadini chiedono di poter dire la loro nella lotta alla corruzione: secondo il Global Corruption Barometer il 51% degli italiani è convinto che i cittadini possono fare la differenza nella lotta alla corruzione, e il 61% dichiara che se fosse testimone di un episodio di corruzione si sentirebbe obbligato a denunciarlo.