Avvocatura: ferita dalla crisi, ora rilanciare su competenze

La professione forense si trova oggi ad affrontare una complessiva perdita di prestigio. A pensarla così è il 60% degli avvocati italiani, che indicano il calo di reputazione come il primo problema attuale. Anche perché sulla loro efficienza pesa ancora una zavorra strutturale: per il 49% la professione sconta la persistente inefficienza del sistema giudiziario. È quanto emerge dal «1° Rapporto sull’avvocatura italiana» realizzato dal Censis per conto della Cassa forense.

Una professione dai fondamentali solidi, ma ferita dalla crisi

L’anteprima dei risultati dell’indagine del Censis (il Rapporto completo verrà presentato a dicembre) si basa sull’autopercezione di un campione di circa 8.000 avvocati e restituisce una fotografia dell’avvocatura italiana che esce molto provata dalla crisi degli ultimi anni. Le motivazioni professionali sono solide. Il 51% degli avvocati ha scelto di fare la professione per passione e il 29% l’ha vissuta come la realizzazione di un sogno: molti più di quanti sono diventati avvocati per caso (23%), in cerca di lauti guadagni (16%) o perché figli di avvocati (8%). Ma la professione forense ha subito i pesanti effetti della crisi economica. Solo il 30% degli avvocati italiani è riuscito a mantenere stabile il fatturato dell’attività professionale nell’ultimo biennio, per il 44% è diminuito (e la percentuale sale al 49% tra gli avvocati del Mezzogiorno), mentre il 25% lo ha visto aumentare. Nonostante ciò, c’è stata una tenuta occupazionale. Il 76% degli studi ha mantenuto invariato il numero degli addetti e il 9% lo ha persino aumentato. Oggi il 37% dei professionisti ritiene che in prospettiva la propria condizione non potrà che migliorare.

Una pratica professionale ancora a bassa specializzazione

In base alla radiografia realizzata dal Censis, quella degli avvocati è una professione ancora fortemente organizzata su base individuale. Due avvocati su tre (il 67%) sono titolari unici dello studio. A prevalere è l’attività giurisdizionale, che assorbe il 66% del fatturato complessivo, contro il 29% che proviene dall’attività di consulenza e assistenza stragiudiziale, e il 5% dalle mediazioni e dagli arbitrati. E la professione appare ancorata a una generica specializzazione civilistica. Il 54% degli avvocati dichiara come prevalente la specializzazione in diritto civile, l’11% in materia penale, il 9% in diritto di famiglia (ma tra le donne avvocato la quota sale in questo caso al 14%), solo il 3% in diritto societario e appena l’1% in diritto internazionale. Solo l’11% degli avvocati indirizza la propria attività verso servizi specializzati.

Una clientela soprattutto per passaparola

La clientela è strettamente «di prossimità», visto che il 74% del fatturato deriva da clienti localizzati nell’ambito cittadino o provinciale, e solo il 2% proviene dal mercato internazionale. L’assistenza legale guarda prevalentemente alle persone fisiche, da cui deriva il 52% del fatturato totale, contro il 27% proveniente dalle piccole e medie imprese, l’8% dalle grandi aziende, il 7% dagli enti e dalle amministrazioni pubbliche, e il 6% da altre persone giuridiche private (associazioni, sindacati, ecc.). Tra le modalità di accesso agli studi degli avvocati prevale il passaparola tra i clienti basato sul rapporto fiduciario con il professionista (funziona nell’87% dei casi), nel 76% giocano le relazioni personali e familiari.

Gli ostacoli allo sviluppo della professione

Tra le principali difficoltà denunciate dagli avvocati figura al primo posto il mancato o ritardato pagamento da parte dei clienti, lamentato dal 79% dei professionisti interpellati. Il 66% indica il peso crescente degli adempimenti burocratici, il 45% il calo della domanda per le proprie prestazioni, il 26% punta il dito sulla concorrenza sleale da parte dei colleghi che si fanno pagare in nero o offrono consulenze professionali senza avere i titoli e le competenze necessarie.

Il ritardo nei servizi digitali

La grande diffusione delle tecnologie digitali anche nel sistema della giustizia non ha ancora trovato spazi significativi di investimento da parte degli studi legali. Oggi solo il 26% ha un proprio sito web a scopi promozionali e, fra questi, solo il 5% lo usa per interagire con i clienti. Ma il miglioramento organizzativo e l’innovazione tecnologica sono la principale priorità per i prossimi due anni indicata dagli avvocati, preceduta solo dall’ampliamento del mercato.

Bocciata l’università

Il 41% degli avvocati ritiene che la formazione universitaria sia carente rispetto alle competenze necessarie per l’esercizio effettivo della professione e il 16% pensa che sia del tutto inadeguata. Che fare? Il 46% degli avvocati crede che sia utile intervenire sulle conoscenze teoriche, il 32% sulle competenze informatiche, il 29% sulle abilità di relazione con i clienti.

La domanda di rappresentanza e di welfare professionale

Il 74% degli avvocati pensa che la formazione dei giovani dovrebbe essere una specifica area di intervento della Cassa forense. Elevato è il bisogno di rappresentanza e di un welfare professionale, al punto che il 78% degli avvocati ritiene che il nuovo regolamento della Cassa, che stabilisce i criteri per la fruizione dei servizi di previdenza e assistenza, sia uno strumento importante per rispondere alle esigenze dei professionisti. Il 65% è d’accordo sulla destinazione degli investimenti della Cassa per il finanziamento di opere e interventi a sostegno della ripresa economica del Paese.
«La ricerca realizzata in collaborazione con il Censis – ha commentato il presidente della Cassa forense Nunzio Luciano – dimostra che è il cambiamento la prospettiva più urgente con cui fare i conti. E, con il cambiamento, anche l’esigenza di una rappresentanza più incisiva degli interessi degli avvocati. Come si evince dai dati, infatti, la crisi economica ha colpito duramente la nostra professione: per questo la Cassa forense ha varato il nuovo regolamento sull’assistenza, uno strumento nato per aiutare soprattutto le categorie più deboli, come i giovani e le donne. Particolarmente significativo – ha aggiunto Luciano – è il bisogno di formazione che emerge dalla ricerca, rispetto al quale la Cassa forense ha già intrapreso un percorso virtuoso che intende potenziare sempre più nel futuro. Stiamo trasformando la Cassa da ente di sola previdenza a ente capace di occuparsi di assistenza sia passiva che attiva – ha concluso Luciano – e i dati dell’indagine del Censis, che verranno presentati a dicembre nella versione completa, ci incoraggiano ad andare avanti con una determinazione ancora più forte e più grande».