App e startup ci stanno cambiando la vita in meglio

Il 40,6% degli internauti italiani controlla i movimenti del conto corrente bancario via internet, praticando personalmente l’home banking (il 3,8% in più rispetto all’anno scorso), il 36% si dedica in prima persona all’e-commerce (+5,3%), il 14,9% sbriga online le pratiche burocratiche con gli uffici pubblici (+2,5%), il 14,8% organizza i viaggi sul web (+5,5%), l’8,3% prenota le visite mediche via internet (+3,2%). E grazie alle app installate sugli smartphone si stanno diffondendo molteplici pratiche nuove soprattutto tra i giovani di 14-29 anni: prenotare bed & breakfast e case vacanze (lo fa l’11,2%), vendere o scambiare qualcosa (8,3%), tenersi in forma usando il telefonino come una sorta di personal trainer (4,7%), ordinare un pasto a domicilio (4,6%), fare incontri (il dating online coinvolge il 3% degli under 30), utilizzare le diverse forme di sharing mobility (2,7%) e crowdfunding (1%).

Si creano o si distruggono posti di lavoro?

Questi grandi cambiamenti fanno bene o male al mercato del lavoro? Su questo punto gli italiani si dividono: per il 33% le tecnologie digitali distruggono posti di lavoro, per il 21% invece ne favoriscono la creazione, per il 46% non influiscono sull’andamento dell’occupazione.

Aumenta la paura, cresce la propensione a rinunciare alla privacy

Oggi che l’attenzione per l’incolumità personale ha assunto una rinnovata centralità nelle vite delle persone, a causa del fatto che le minacce di stragi e attentati divengono pericolosamente concrete, siamo ancora alla ricerca del giusto trade off tra privacy e sicurezza, cioè della giusta misura di quanto siamo disposti a concedere in termini di inviolabilità dei nostri dati personali in cambio di maggiore sicurezza. Gli utenti di internet sarebbero disposti a subire limitazioni della propria privacy online se questo servisse innanzitutto per contrastare la pedopornografia (lo dichiara il 49,3%), prevenire attentati terroristici (45,4%), combattere la criminalità (42,7%), mettere in sicurezza la rete dagli attacchi degli hacker (34,7%), aiutare le indagini dei magistrati (28,1%), mentre il 27,2% non è disposto in nessun caso. Tantissimi sono gli italiani (l’82,8%) convinti che le società che gestiscono i social network dovrebbero controllare e segnalare alle autorità i messaggi potenzialmente pericolosi, per l’82,8% i servizi di intelligence dovrebbero poter pretendere dalle grandi aziende della rete l’accesso alle informazioni dei loro clienti contenute negli smartphone o nei social network, ma il 75,3% pensa che le autorità giudiziarie dovrebbero poter accedere a tutti i nostri dati presenti in rete (informazioni personali, messaggi, chat, posizioni rilevate, ecc.) esclusivamente nei casi di gravità eccezionale. Perché per il 72,7% la privacy di chiunque può essere violata dalle autorità se c’è in gioco l’interesse nazionale. Infine, il 63,9% ammette che preferisce essere controllato pur di sentirsi al sicuro.

I timori più reconditi

Nel caso smarrissero il proprio smartphone, che cosa temerebbero di più? Soprattutto la perdita delle fotografie conservate nel telefono (lo afferma il 36,4%), poi il furto della propria identità virtuale sui social network, cioè l’eventualità che qualcuno si sostituisca a loro nell’accesso ai social (27,4%), il 26,2% avrebbe paura che qualcuno pubblicasse online foto e video che gli appartengono, il 23,8% l’uso delle coordinate bancarie da parte di malintenzionati, il 22,1% l’intrusione nella posta elettronica e appena il 3,4% ha il timore che perdendo lo smartphone il proprio partner potrebbe venire a conoscenza di cose che ignora. Solo il 29,8% dichiara che non avrebbe nulla di cui preoccuparsi.

Questi sono i principali risultati del 13° Rapporto Censis-Ucsi sulla comunicazione, promosso da Enel, Hp Enterprise, Mediaset, Rai e Tv2000.