Il «modello Prato» contro contraffazione e irregolarità sul lavoro

Nel 2015 gli italiani hanno speso 6,9 miliardi di euro per acquistare prodotti contraffatti, un valore in crescita del 4,4% rispetto al 2012. Produrre e commercializzare gli stessi prodotti nei circuiti dell’economia legale comporterebbe 100.515 unità di lavoro in più (circa il doppio dell’occupazione, ad esempio, dall’intera industria farmaceutica). Senza la contraffazione, la produzione interna registrerebbe un incremento di 18,6 miliardi di euro, con un valore aggiunto di 6,7 miliardi (un valore quasi uguale, ad esempio, a quello generato dall’intera industria metallurgica). L’emersione della contraffazione significherebbe anche un aumento del gettito fiscale, tra imposte dirette (su impresa e lavoro) e indirette (Iva), perché oggi il mercato del falso sottrae all’erario 1,7 miliardi di euro. Se si considerano anche le imposte che deriverebbero dalla produzione attivata in altri settori dell’economia, il gettito fiscale complessivo aumenterebbe a 5,7 miliardi di euro, pari al 2,3% del totale delle entrate dello Stato per le stesse categorie di imposte. È quanto emerge da una ricerca del Censis per il Ministero dello Sviluppo Economico (Direzione Generale Lotta alla contraffazione-UIBM).
Nell’ultimo anno nella provincia di Prato Agenzia delle Dogane e Guardia di Finanza hanno effettuato 74 sequestri (lo 0,5% dei sequestri realizzati in Italia), per un totale di 53.858 pezzi sottratti al mercato del falso, quasi tutti (il 99,6%) accessori o capi d’abbigliamento. Si tratta di merci prodotte o assemblate in loco e destinate anche al mercato internazionale, che costituiscono una parte della più ampia produzione irregolare locale, che sfrutta in maniera illecita il marchio made in Italy o utilizza etichette non veritiere.
Produzione tessile e presenza straniera sono i due elementi che caratterizzano la provincia di Prato, influenzando anche il fenomeno della contraffazione. A Prato risiedono 40.559 stranieri, di cui quasi la metà è di origine cinese, che ne fanno la provincia italiana con la più alta incidenza di popolazione straniera sul totale (16%). Il 44% delle imprese ha un titolare straniero, il 75,3% nel manifatturiero, il 94,1% (3.258 aziende) nella confezione di articoli di abbigliamento.
Qui il fenomeno della contraffazione si inquadra all’interno di un più ampio fenomeno di irregolarità che si è incuneato nel tessuto imprenditoriale locale con l’affermarsi dell’imprenditoria cinese. Una parte di quest’ultima ha basato la propria competitività sul low cost, ricorrendo anche a pratiche illecite che vanno dall’impiego di manodopera clandestina all’elusione delle norme di sicurezza, al lavoro nero, all’evasione fiscale, fino all’imitazione sistematica del design italiano e all’utilizzo illecito del marchio made in Italy. Un segnale delle strategie messe in atto per eludere i controlli è il tasso di turn over delle imprese, che per i cinesi è del 36,5% contro il 12,3% delle imprese italiane.
L’azione di contrasto alle pratiche lavorative illecite, tra cui la produzione di merce falsa, a Prato è tenuta insieme da un modello di governance basato sull’integrazione e il coordinamento di tutte le forze e i soggetti istituzionali coinvolti. Si tratta di un modello di intervento che è considerato una buona pratica di successo in tutto il territorio nazionale.
Per arginare il mercato del falso, la sola azione di repressione e di contrasto non è sufficiente. Occorre anche spingere sul pedale della sensibilizzazione e dell’informazione dei cittadini-consumatori e delle imprese, al fine di disincentivare l’acquisto e togliere ossigeno al commercio della merce contraffatta, come previsto dal Piano nazionale anticontraffazione del Ministero dello Sviluppo Economico (Direzione Generale Lotta alla contraffazione-UIBM).